Recensioni di Bound, Chained, Fettered
 
Distorsioni
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Audio review aprile 2016
Music Review
TerryLeeHale‬ - Bound, Chained, Fettered
Glitterhouse Rec. - Release: 08 Aprile 2016
Voto: 8 o 4

C'è molta Italia in questo nuovo disco del cantautore americano (ma ultimamente trapiantato a Marsiglia) Terry Lee Hale. L'intero album è stato registrato negli studi emiliani di Antonio Gramentieri, chitarrista ed autore dei Sacri Cuori, il quale non si è limitato a fornire la sala di registrazione ma, con l'entusiasmo e la volontà dell'autore, ha suonato anche le chitarre caratterizzando fortemente con il suo tipico sound e stile il risultato finale della produzione.
Diciamo subito che questo “Bound, Chained, Fettered” non è un album per tutti (da qui il doppio voto). Infatti è una raccolta di canzoni (salvo alcuni episodi) molto minimali, intime, per voce chitarra un sottofondo di piano e su tutto l'interpretazione vocale di Terry Lee che dà un ulteriore tocco all'aspetto emotivo del disco. Se dalla musica si cerca questo, se si preferiscono gli ascolti ad occhi chiusi, se si ama l'introspezione e l'esaltazione delle atmosfere il risultato è assolutamente apprezzabile (forse un po' eccessivo), se invece si cerca energia, colore, suoni robusti ed un ascolto della musica anche da sottofondo meglio astenersi dall'avvicinarsi a questo disco e pensare ad altro.
Chiarito questo la qualità di “Bound, Chained, Fettered” è molto elevata. Sono una manciata di canzoni (solo 9) che esplorano l'anima entrando dentro e scavandola cercando di tirare fuori l'emozione e quel calore che questo genere musicale può regalare. Per assolvere questo compito la musica non può che (ovviamente) essere minimale, sopratutto se a “guidare” questo viaggio interiore ci si affida alla voce, accompagnata da pochi essenziali strumenti che raramente “rubano” la scena e con un volume mai invadente. Gli fa da spalla il suono pulito, “secco” delle sei corde di Gramentieri che in questo senso esegue uno splendido lavoro di cesello. Il limite di questo disco sta, ancora una volta, nel suo pregio. Questo minimalismo esagerato e questo scavare nell'anima diventano in alcuni (rari) episodi esercizi di stile. Ma sono momenti che in sostanza non distruggono il resto positivo del disco, che si apre con un recitato (e qualche accenno di cantato) dell'autore.
Tra tanta “pace” ed emotività spiccano due brani più “strutturati” dal punto di vista sonoro : “Lowdown” un torrido blues con qualche eco di Tom Waits e (sebbene più intimo) “Can't Get Back (Just Like That)”. Blues, folk, songwriting sono gli elementi stilistici di questo disco che si uniscono ad una visione poetica della musica.
O si ama o si odia questo genere di approccio. La speranza è che siano più gli amanti che i detrattori. Da ascoltare nelle giuste condizioni di luce e di stato d'animo.

Luca Trambusti

 
Rootshigh
 
 

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